Quando vivevo nel cuore di un melograno, sentii una volta un seme che diceva: “Un giorno diventerò un albero e il vento stormirà tra le mie fronde, il sole mi danzerà sulle foglie e io sarò forte e bello in tutte le stagioni.” — Kahlil Gibran
C’era una volta una donna che viveva nel bosco. Un giorno si affacciò all’apertura della sua grotta e si accorse che il bosco era andato via. Mise in fretta le sue storie in una valigia e partì alla sua ricerca. Lungo la strada si ferma, apre la valigia, e i suoi sentimenti — trasformati in personaggi — cominciano ad animarsi: il drago che si innamora dell’uccello migratore, i folletti dispettosi, chi è geloso, chi parte, chi ritorna, chi ne approfitta e chi canta.
I personaggi prendono vita per lo più sulle mani della narratrice, attraverso figure costruite ad hoc che si esprimono con suoni e musiche. Lo spettacolo si radica nell’estetica del teatro Natya-Shastra, sviluppatasi in India tra il IV e l’VIII secolo, secondo cui l’esperienza umana è governata da otto pulsioni primarie — eroismo, terrore, odio, meraviglia, commozione, ira, riso, sensualità — chiamate rasa. Ogni personaggio del bosco ne incarna una, lasciando allo spettatore la libertà di equilibrare aspetti reali e immaginari, il mondo interiore che affiora e la fiaba visiva.
Il bosco in valigia è un ritornello nel canto della compagnia locarnese: nato nel 1992, trasformato nel 1994 per una tournée che ha toccato Cile, Cuba e Messico, riallestito nel 2002 per l’Expo02 in versione trilingue, torna ora arricchito di nuovi episodi in un allestimento rinnovato firmato da Santuzza Oberholzer, direttrice del Teatro dei Fauni.










